MAHA-BHARATA - VANA PARVA (paragrafi 57-63)

57: La storia di Nahusha

Dopo alcuni mesi il santo Lomasa partì. E non trascorse molto tempo che anche i Pandava decisero di lasciare le vette himalayane e ridiscendere a valle per fare ritorno a Kamyaka.

Come sempre, durante il cammino, i fratelli ebbero modo di visitare molti posti interessanti, fra cui l'ashrama di Vrishaparva.

Un giorno, mentre Bhima era solo nella foresta, non s'avvide della presenza di un gigantesco pitone sul ramo di un albero, per cui, quando vi passò sotto, fu serrato nelle sue spire. Il figlio di Pandu non prestava mai particolare attenzione ai pericoli rappresentati dagli animali della giungla, in quanto credeva di essere abbastanza forte da poter superare ogni avversità. Così, quando tentò di liberarsi allargando le sue forti braccia, si sorprese di non riuscirci. Allora cercò di impiegare tutta la forza a sua disposizione, ma il corpo dell'animale sembrava fatto del metallo più duro. La cosa strana era che più energia adoperava, più sentiva che gli venivano meno. Quello non poteva essere un normale pitone.

"Chi sei tu," chiese il Pandava, stremato, "che resisti alla pressione delle mie braccia? Sicuramente non sei un comune serpente, altrimenti il tuo corpo si sarebbe già spezzato."

"Tanto tempo fa ero un re molto famoso; poi il rishi Agastya mi maledisse a nascere in questa miserabile forma vivente. Ma ora non ho voglia di parlare. Oggi sono particolarmente affamato, e la provvidenza ti ha mandato a me per sfamarmi."

Nel frattempo Yudhisthira, che aveva scorto in cielo presagi di un'immane tragedia, si informò su chi dei suoi fratelli mancava. Quando gli dissero che Bhima non era lì, questi preoccupatissimo si lanciò nella densa boscaglia, sulle sue tracce. Lo trovò avvolto nelle spire del gigantesco pitone mentre si divincolava quasi privo di energie. Realizzò immediatamente che ci doveva essere qualcosa di strano. Chi avrebbe potuto ridurre Bhima in quello stato?

"Chi sei tu," gli chiese, "che sei stato capace di privare di tutte le sue forze il possente figlio di Vayu? Rivelami il tuo nome e la tua storia."

"Io sono Nahusha, uno dei vostri antenati. Giacchè lo hai chiesto, ascoltatemi bene, e ti narrerò in breve la mia storia."

"Quando Indra dovette nascondersi per espiare le offese arrecate al guru Vishvarupa e per l'assassinio del demone Vritra, il trono dei deva rimase vacante. I rishi allora vennero da me, sulla Terra e mi chiesero di sostituire il loro re finchè questi non fosse tornato. Io che non mi ritenevo sufficientemente potente per governare sull'intero universo nè per scontrarmi con gli asura più forti, esternai loro le mie perplessità. Ma i saggi mi rassicurarono: 'Non temere, noi ti doneremo il potere di assorbire l'energia di qualsiasi essere vivente che incontrerai di modo che potrai fronteggiare tutte le emergenze e sovrastare qualsiasi avversario.' Così cominciai a governare su Svarga con sufficiente rettitudine, obbedendo sempre ai consigli dei santi."

"Tuttavia a un certo punto il potere mi giocò un brutto scherzo e cominciai a pensare di essere diventato oramai invincibile. Mi invaghii della moglie di Indra, Saci, e pretendevo che diventasse mia. Lei, casta e fedele al marito, mi rifiutò diverse volte. Per queste ragioni i deva e i brahmana si videro costretti a congiurare per mettere fine al mio governo empio."

"Un giorno Saci mi disse: Sarò tua se verrai a casa mia su un palanchino sorretto dai sette rishi, tra cui Agastya. Io, che ero come impazzito per la sua bellezza divina, pur di averla non pensai al grave peccato che stavo per commettere e ordinai ai saggi di portarmi. E mentre andavamo verso la casa di Saci, impaziente di possederla, calciai più volte il venerabile Agastya, dicendogli: sarpa, sarpa!. Sarpa significa presto, ma anche serpente. Allora il rishi mi maledisse dicendomi: Giacchè mi hai scalciato come un villano senza cultura, diventerai un sarpa sulla Terra, e vivrai a lungo in quelle condizioni. Ti libererai solo quando qualcuno saprà rispondere perfettamente alle domande più complicate sul sapere umano."

"Per questa ragione io vivo ancora oggi come un pitone in questa giungla, e ora mi sfamerò con il corpo di tuo fratello, a meno che tu non voglia tentare di rispondere alle mie domande."

"Dimmi, voglio tentare."

La discussione si protrasse per diverso tempo e poichè il Pandava rispondeva a tutte le questioni che Nahusha gli poneva, alla fine questi liberò Bhima: come d'incanto il corpo del rettile scomparve e al suo posto si manifestò la sua forma umana originale. Davanti ai loro occhi, Nahusha ascese al cielo. Bhima era salvo.

Ripreso il viaggio, i fratelli si fermarono per diverso tempo nella pacifica foresta di Dvaita, che avevano avuto modo di visitare durante l'andata. Ora che il periodo d'esilio stava scadendo, nessuno riusciva più a prestare veramente attenzione alle bellezze naturali: i pensieri di tutti erano rivolti al giorno della guerra.

58: Ritorno a Kamyaka

Quell'anno la stagione delle piogge era stata particolarmente terribile: i monsoni avevano spirato con furia inaudita. L'autunno, con il suo sole tiepido e le sue giornate quiete fu accolto con gioia da tutti. I Pandava approfittarono dell'arrivo della bella stagione per ritornare a Kamyaka.

Krishna, che era stato informato delle ultime notizie riguardanti gli amici, decise di far loro visita a Kamyaka insieme alla moglie Satyabhama. E' superfluo raccontare della gioia dei Pandava: per loro ogni volta che il figlio di Devaki andava a trovarli era un evento straordinario. Era la persona che amavano di più, la loro vita stessa.

Krishna immediatamente si apprestò a rassicurarli riguardo ai loro familiari che da anni vivevano a Dvaraka.

"Subhadra e tuo figlio Abhimanyu stanno bene con noi," disse ad Arjuna, "e anche i figli di Draupadi godono di ottima salute e crescono vigorosi e sani nel corpo e nell'anima. Tutti stanno studiando alacremente, tanto che sono già quasi diventati dei maestri nell'arte guerriera. Manca ancora poco tempo, e poi potrete rivederli e riabbracciarli."

Nei giorni in cui Krishna era a Kamyaka, arrivò anche Narada e dopo un pò Markandeya.

Trascorsero ore fantastiche parlando di tante cose, e in special modo quest'ultimo estasiò tutti con narrazioni di avvenimenti accaduti milioni di anni prima, quando aveva visto Krishna durante una delle distruzioni dell'universo e aveva appreso che era il Signore Supremo. Qualche giorno dopo, Krishna tornò a Dvaraka.

Ma in casa Kurava cosa succedeva? Mentre nei primi anni Duryodhana si era sentito finalmente felice di essersi sbarazzato dei cugini, ora riavvertiva le vecchie ansietà, aggravate dal pensiero della loro vendetta. I momenti sereni stavano per finire. Probabilmente aveva creduto che tredici anni fossero più lunghi, ma poi aveva dovuto ricredersi e constatare con mano la fugacità delle situazioni terrene.

Proprio in quel periodo giunse ad Hastinapura un brahmana di passaggio che raccontò le avventure di Arjuna a Svarga e in special modo si soffermò sulla storia dello sterminio degli asura. Quelle notizie non sortirono sicuramente un effetto tranquillizzante sull'anziano re cieco, il quale nonostante le smargiassate di Duryodhana e Karna non riusciva più a dormire sonni sereni.

Aveva troppa paura per la vita dei suoi figli.

Invece Duryodhana, accecato dall'orgoglio e dall'invidia, aveva piena fiducia nelle capacità guerriere del suo caro amico. Karna, da parte sua, volendo risollevare gli animi si accordò con Shakuni e Duryodhana su un piano che sarebbe servito loro a ridicolizzare i Pandava, che a quel tempo si trovavano a Dvaitavana.

"Organizziamo un viaggio di piacere," propose Karna, "e portiamo con noi le nostre famiglie e gli amici più cari. Arrivati a Dvaitavana potremo andare a trovare i figli di Pandu e prenderci gioco di loro, mettendo la nostra ricchezza a confronto con la loro povertà. Moriranno dalla rabbia, e noi potremo gustare la gioia del trionfo."

"Sarebbe bello, ma mio padre non permetterà mai una cosa simile," ribattè però Duryodhana. "Ha troppa paura della loro forza e temerebbe una reazione."

"Ma non c'è bisogno di dirgli la verità," intervenne Shakuni, "possiamo dirgli che andiamo a controllare i nostri pascoli e le nostre mandrie che sono proprio da quelle parti, e promettergli che non avremo contatti con i Pandava."

Naturalmente entusiasta per l'idea, Duryodhana la propose al padre.

Questi non ne fu affatto contento in quanto sapeva che i nipoti si trovavano proprio in quella zona; ma poi, pressato dal figlio, come al solito cedette.

59: Duryodhana sconfitto e umiliato

Così Duryodhana e i suoi amici e fratelli, tutti di ottimo umore, accompagnati da un forte contingente di soldati, si diressero verso i boschi di Dvaita.

Appena arrivati, Duryodhana ispezionò le sue mandrie e trovatele in ottima salute, distribuì generosi doni ai pastori. Poichè faceva molto caldo, decisero di andare a rinfrescarsi nelle acque di un lago nei pressi della foresta. Ma, giunti nelle vicinanze, si accorsero che un nutrito drappello di soldati si era accampato proprio dove il re voleva fare il bagno.

Stizzito dall'inconveniente, Duryodhana ordinò a dei messaggeri di andare a dire al comandante di far sgombrare le rive del lago. I portavoce, introdotti al generale, riferirono le parole del loro monarca.

"Il nostro signore, il glorioso discendente di Bharata, il re Duryodhana, vi ordina di levare l'accampamento e di andare da qualche altra parte, in quanto egli ha scelto questo posto per bagnarsi e far riposare gli uomini e i cavalli. Se non andrete via immediatamente si vedrà costretto a farvi saggiare la sua potenza militare."

"Noi siamo dei gandharva," ribattè l'altro per nulla intimorito dalle minacce, "e io sono Citraratha, il loro re. Questo lago non appartiene a Duryodhana. Siamo arrivati qui prima noi, dunque nè Duryodhana nè altri possono ordinarci di abbandonare il posto. Che si trovi lui un altro lago dove ristorarsi. Per quanto riguarda la sua forza militare, riferitegli che questa è l'ultima delle nostre preoccupazioni."

Non appena i soldati ebbero riportato la risposta del gandharva, una grande ira si impossessò del suo cuore e immediatamente ordinò l'attacco.

Ma la battaglia si rivelò subito un vero disastro: soverchiati e massacrati dalle armi divine dei gandharva, i Kurava, Karna compreso, dovettero darsi alla fuga. Sul campo rimase solo Duryodhana che, schiumante di rabbia, era cosparso su tutta l'armatura e il corpo di sangue e di frecce. Abbandonato da tutti, in pochi minuti venne fatto prigioniero.

In lontananza i soldati Kurava videro il loro re catturato dai gandharva, e consci di non potersi opporre con le armi, per liberarlo non videro altra soluzione che andare dai Pandava a chiedere aiuto.

Quando Bhima sentì il racconto rise a voce alta.

"Erano venuti per prendersi gioco di noi e guarda cosa gli è capitato. Povero Duryodhana. E lui che si fida tanto di Karna! Dove stava costui mentre i gandharva facevano prigioniero il suo amico? Dobbiamo andare da loro e ringraziarli per ciò che hanno fatto."

Ma Yudhisthira non fu dello stesso avviso.

"Nonostante i tanti torti che abbiamo dovuto subire per opera sua," disse, "Duryodhana è pur sempre un membro della nostra famiglia, e i suoi soldati sono venuti qui per chiedere protezione e aiuto. Non possiamo rifiutarci di intervenire. Anche se non lo merita affatto, anche se il suo animo è buio come la notte, noi andremo a liberare il figlio di Dritarashtra."

Allora Arjuna andò a chiedere ai gandharva di liberare il loro prigioniero. Ma poichè essi si rifiutarono, i Pandava combatterono e li sconfissero duramente. Alla fine Arjuna riconobbe nel loro capo l'amico Citrasena, al quale chiese di liberare Duryodhana. Citrasena accettò.

Duryodhana, demoralizzato, andò via in preda a una profonda sofferenza. Era venuto per umiliare ed era stato umiliato.

60: La disperata decisione

Radunate tristemente le sue truppe, Duryodhana, evidentemente immerso in foschi pensieri, ripartì alla volta di Hastinapura. Tuttavia lungo la strada volle fermarsi in un posto solitario e, sceso da cavallo, si sedette in una posizione yoga. Fu in quel momento che giunse Karna, che era stato costretto alla fuga durante il combattimento.

"Amico, vedo che sei vivo e ancora in testa alle tue truppe. Ciò vuol dire che sei riuscito ad importi sui potenti gandharva, contro i quali persino i deva hanno difficoltà ad avere la meglio. Gloria a te, Duryodhana; oggi hai compiuto un'impresa che sarà decantata dai poeti nei millenni che verranno."

Ma Duryodhana lo disilluse subito.

"Ti sbagli, amico mio. Se sono qui in questo momento debbo ringraziare le uniche persone al mondo dalle quali mai avrei accettato un favore del genere. Io non ho sconfitto i gandharva: i Pandava lo hanno fatto per me. E non è tutto. Pensa che Yudhisthira, ridandomi la libertà, mi ha detto: 'Va via, cugino, non essere più malvagio come lo sei sempre stato.' Capisci? Mi hanno liberato per pietà. Quale umiliazione!"

Duryodhana si fermò un attimo, come per rimettere in ordine i propri pensieri. Karna intanto era rimasto sbigottito.

Poi riprese.

"Non potrò mai sopportare una cosa simile. Tu non li hai visti combattere: il fatto che loro hanno avuto successo dove noi abbiamo fallito è l'ennesima e inequivocabile prova della loro superiorità. Essi ci sovrastano, non c'è più dubbio alcuno, proprio come Bhishma, Drona, Vidura e Kripa amano ripeterci con assillante insistenza. E io non voglio vivere in un mondo dove costoro ottengono le glorie e io le sconfitte; per cui ho deciso: oggi abbandonerò questo inutile corpo con il quale non riesco a ottenere ciò che desidero. Mio fratello Dusshasana mi succederà al trono e tu gli sarai vicino come lo sei stato con me. Addio, amico mio caro."

Le insistenze e gli argomenti dei fratelli e degli amici sembrava non riuscissero a fargli cambiare idea: il Kurava, deciso a privarsi di cibo fino a morirne, si era chiuso in sè stesso e non rispondeva più.

In quel momento gli asura sui loro pianeti si allarmarono. Duryodhana era il loro inviato principale sulla Terra e per frustrazione stava per abbandonare la missione. Subito celebrarono un grande sacrificio, durante il quale chiamarono Duryodhana e lo convinsero a non lasciare il corpo.

Dopo qualche giorno questi abbandonò il suo proposito e riprese il comando delle truppe, tornando ad Hastinapura.

61: Il rajasuya di Duryodhana

La notizia dell'avvenimento scosse la corte Kurava.

Tutti rimasero impressionati dalla narrazione delle gesta di Arjuna durante il combattimento contro i gandharva. Bhishma, specialmente, non si lasciò sfuggire l'occasione di rimproverare e mettere in guardia il nipote ancora una volta. Ma stavolta Duryodhana, che non desiderava ascoltare discorsi moralistici, finì con l'insultare il figlio di Ganga che uscì dalla sala disgustato.

Karna, intanto, rifletteva sulla sconfitta subita che aveva indubbiamente seminato un generale senso di sconforto e un inizio di sfiducia nelle sue capacità. Arjuna infatti era riuscito vittorioso laddove egli aveva fallito. Questo era indubbiamente un punto a suo sfavore, soprattutto se si teneva conto che le speranze di Duryodhana erano tutte riposte in lui. A quel punto bisognava fare qualcosa.

Infine, dopo tanti ripensamenti, giunse a una soluzione.

"Amico mio, ho avuto un'idea che credo ti piacerà," disse allora a Duryodhana. "In questo momento di scoraggiamento cosa ci sarebbe di meglio da fare se non celebrare un rajasuya per ribadire la tua supremazia? Io stesso viaggerò per tutta Bharata-varsha e da solo riporterò le stesse vittorie dei quattro Pandava. Seguirò i loro stessi tragitti, e sopraffarò gli stessi monarchi, in modo che si potrà dire che Karna ha lo stesso potere di tutti i Pandava messi assieme."

E così, con l'approvazione degli anziani Kurava, il prode figlio di Surya viaggiò per lungo tempo e ottenne grandi trionfi: tornò ad Hastinapura portando con sè incalcolabili ricchezze e la promessa di fedeltà da parte di tutti i governanti del mondo.

A quel punto il rajasuya poteva essere celebrato.

Non appena i preparativi furono ultimati, Duryodhana convocò tutti al suo sacrificio, non tralasciando, con incredibile sadismo, di invitare anche i Pandava.

"Sì, verremo, e presto," rispose Bhima a denti stretti, "ma non per questo sacrificio, bensì per un altro: quello che vedrà immolati tutti i figli di Dritarashtra insieme a Karna, a Shakuni e a coloro che saranno così folli da mettersi contro di noi. Tornate dal vostro re e riferitegli ciò che ho detto."

Il rajasuya di Duryodhana fu grandioso, ma a detta di molti neanche lontanamente poteva paragonarsi a quello di Yudhisthira. Ciò nonostante, alla fine del sacrificio questi si sentiva raggiante.

"O re e amico mio," aveva detto Karna durante lo svolgimento della cerimonia, "fa che io non sia accolto veramente nel tuo cuore finchè non avrò ucciso Arjuna. E giuro che